Carlo Corsale | Piccolo è bello, grande è sovvenzionato

Autore: Steven Gorelick
Titolo: Piccolo è bello, grande è sovvenzionato
Edizioni: Arianna Editrice, Bologna, 2005
Pagine: 192

Perché le tasse che paghiamo dovrebbero servire per sovvenzionare la costruzione di importanti svincoli autostradali a vantaggio di giganteschi centri commerciali? Oppure ancora, di aeroporti internazionali per trasportare merce di qualunque genere in qualunque posto?
Il libro di Gorelick si apre con questi interrogativi, domande quasi inascoltabili per le orecchie di un qualunque uomo politico ed oramai decisamente stridenti perfino per l’uomo comune. L’infezione dello sviluppo a tutti i costi, del progresso senza soluzione di continuità (e soprattutto in totale assenza di una riflessione su costi e perdite che non riguardino solo l’aspetto finanziario, ma anche elementi come armonia tra economia e ambiente e sobrietà nel rapporto tra uomo e natura) sono pilastri tanto fondanti nella società del benessere in cui viviamo, che minarne la credibilità risulta generalmente operazione oltre che di importante ricerca, anche di sovraumana pazienza.
Pazienza spesso minata dalla consueta litania esercitata dai fautori del progresso senza se e senza ma, nei confronti di quei poveri pazzi che vorrebbero invertire la rotta e sostenere l’inefficacia e la pericolosità del modello di sviluppo dominante in occidente. C’è effettivamente da chiedersi se contributi come quelli che giungono da Gorelick e dal gruppo di ricerca in cui lavora (l’ISEC, Società Internazionale per l’Ecologia e la Cultura) abbiano la possibilità di attecchire con successo in un mondo che sembra voler percorrere la strada dello sfascio, senza fermarsi a guardarsi dietro perché troppo impegnato a godersi i suoi effimeri successi. Leggi tutto “Carlo Corsale | Piccolo è bello, grande è sovvenzionato”

Carlo Corsale | Il passo delle oche


Autore: Alessandro Giuli

Titolo: Il passo delle oche

Edizioni: Einaudi, Torino 2007

Pagine: 176



In periodi di magra come questi, divisi tra una cavalcata sul testone riccioluto di Grillo e una spallata al governo Prodi, i quadri di AN devono aver pensato le peggio cose davanti a “ Il passo delle oche”, recente fatica letteraria di Alessandro Giuli (giornalista de “Il Foglio”), edita da Einaudi. Leggi tutto “Carlo Corsale | Il passo delle oche
”

Enrico Pietrangeli | Un’altra giovinezza

Autore: Mircea Eliade
Titolo: Un’altra giovinezza
Edizioni: Rizzoli, 2007
Pagine: 160

Un fulmine, durante la notte di Pasqua, colpisce Dominic, ottantenne protagonista che, anziché perire o restare invalido dall’incidente, ringiovanisce prodigiosamente colto da ipermnesia. Sullo sfondo c’è persino un Papini eco nella cronaca, nella cecità supposta, ma anche una forte predilezione per Dante e Ungaretti nutrita dal miracolato oramai divenuto superdotato nelle sembianze di un bel giovinetto, con tanto di “baffi biondi” e “frange sulla fronte che lo faceva assomigliare a certi poeti”, forse un po’ anche a quel Sean Bran, poeta, esoterista e irredentista irlandese che, per il suo centenario, immola la quercia folgorandola ai posteri. Dualismo cosciente, immagini riflettenti fino ad un vero e proprio sdoppiamento della personalità con un sosia angelo custode e risvolti profetici sul destino dell’intera umanità costruiscono man mano il personaggio in una sorta di esoterismo delle lingue. Sogna per ideogrammi divenendo un febbrile sinologo, quasi un novello Pound alla ricerca di sé e dell’anima all’origine di tutti i linguaggi. Si rimbalza da una dimensione temporale all’altra, trasformando passato e futuro in coordinate mobili, dove tradizione e spazio si consolidano in una visione apocalittica ma rigeneratrice per una possibile umanità post-atomica e più dotata, quella post-storica.
Mircea Eliade, eminente intellettuale della storia delle religioni del Novecento, nell’“escatologia dell’elettricità” romanza una “mutazione della specie umana, l’apparizione del superuomo”. Tematiche che nel libro riconducono ad un’ambientazione radicata nell’espansionismo nazista in Europa. Cresce l’interesse al caso di Dominic e, “tra gli intimi di Goebbels”,  quello del dottor Rudolf, sperimentatore da “un milione di volt”. Sequenze di spionaggio e doppio gioco tra Siguranţâ e Gestapo disegnano una Romania già da anni nel pieno di vicissitudini tra conservatori e legionari, minacciata da tedeschi e sovietici come pure da bulgari e ungheresi. Un paese che, di lì a poco, con Antonescu verrà risucchiato nello scacchiere di Hitler per questioni strategiche piuttosto che ideologiche, tanto che, la stessa Guardia di Ferro, nel ’41 sarà messa per sempre a tacere nell’ordine d’interessi reciproci.
Dominic si rifugia a Ginevra e, a partire dal ’47, trascrive i suoi appunti in una “lingua artificiosa”, un sistema non decifrabile prima del 1980, destinato a tramandare molte civiltà che, prima dell’avvento dell’uomo post-storico, andranno completamente distrutte nel corso di guerre atomiche. Sempre in Svizzera, nel ’55, un temporale sorprende due donne e la sola sopravvissuta, Veronica, viene colta da una sindrome di regressione che, non a caso, si ricongiunge al destino di Dominic, non solo a quello linguistico (Veronica è preda di transfert e, come Rupini, figlia di una delle prime famiglie convertite al buddismo, comunica con lui in sanscrito) ma anche a quello sentimentale, che riconduce ad un amore incompiuto della prima giovinezza, quello con Laura che lo ritrae a Tivoli. Dominic e Veronica si ritireranno a Malta, lontano da fari puntati e occhi indiscreti, dove le visioni di lei diverranno sofferte ed oniriche, fino a lambire civiltà primordiali, provocandole una “senescenza galoppante”. Finale estetizzante e ambivalente, sia sul piano reale che su quello surreale, per il lettore come per il protagonista che si ritrova al caffè Select fino ad invecchiare improvvisamente per essere rinvenuto come un anziano morto assiderato. Il doppio e la sfida del Faust di Goethe, ma anche palesi riferimenti a Dorian Gray, ci lasciano nel gusto di una cultura romantico-decadente filtrata dal Novecento e paradigma di una tragicità d’incomunicabilità isolazionista.

Claudio Ughetto | Arc d’X

Autore: Steve Erickson
Titolo: Arc d’X
Edizioni: Fanucci, Roma 1999
Pagine: 320

Arc d’X, del californiano Steve Erickson, è un romanzo difficile da riassumere in una trama. Per Milan Kundera un romanzo deve raccontare cose che si possono raccontare solo con un romanzo. Arc d’X calca perfettamente quest’affermazione e riafferma l’importanza di questo “media” per il terzo millennio, rimescolandone le caratteristiche.
La passione narrata in Arc d’X s’incarna, nella Storia. Difatti, il tormentato rapporto tra Thomas Jefferson, il presidente antischiavista e padre della democrazia, e la sua schiava Sally diventa la rappresentazione simbolica della tensione scaturita tra un incontenibile bisogno di libertà e l’incapacità di reggerla. Leggi tutto “Claudio Ughetto | Arc d’X”

Claudio Ughetto | Il dolore secondo Matteo

Autore: Veronica Raimo
Titolo: Il dolore secondo Matteo
Edizioni: Minimum Fax 2007
Pagine: 164

Ho deciso di leggere questo romanzo, esordio di Veronica Raimo, perché incuriosito dalla  recensione di Massimiliano Parente su “Libero” del  19 settembre 2007. Intendiamoci,  potendo trovare i begli articoli di Parente sul web senza dover cestinare il 99% del quotidiano, “Libero” non l’ho né acquistato né letto. Gli editoriali di Feltri mi annoiano quando non mi fanno incazzare, e credo che Renato Farina sulla Fallaci abbia poco da aggiungere. Da parte mia, aggiungo che la recensione di Parente non diceva molto sul romanzo in sé, preferendo dilungarsi allegramente sulle pastoie familiari nella Minimum Fax e inquietandoci con un dubbio: è Veronica Raimo un buon editor o una brava scrittrice, e che ci fa nei titoli di coda Nicola Lagioia, suo editor ufficiale e autore di Occidente per principianti, se magari è lei stessa a scrivere per lui? Leggi tutto “Claudio Ughetto | Il dolore secondo Matteo”

Simone Belfiori | Dream Theater, Systematic Chaos

Dream Theater, Systematic Chaos, Roadrunner 2007

C’erano una volta i Dream Theater, un gruppo americano che decise che il Grunge aveva rotto le palle ed era ora di tornare ad una forma di rock un pochino più complessa. Nasce dunque il prog-metal, o metal progressivo a voler essere più precisi, ed anche più onesti. I Dream Theater sfornano un paio di dischi che sono come delle buche, in cui tutti i giovani musicisti e strumentisti cascano, prima di superare la foga masturbatoria metallara e la fase del sapientino tutto tecnica e bravura, che poi non è mica tutta lì. E meno male. Però sta di fatto che Images & Words è un gran bel disco, zeppo di riffs, soli e melodie che lasciano il segno. E così Awake, oscuro mattone che cela un affascinante mistero dietro le staffilate delle sette corde di John Petrucci. E i nostri vanno avanti per qualche anno, fino alla celebrazione di un sound – con Metropolis Pt.2 – che comincia a diventare un po’ stantio, e se il progressive rock classico era un variopinto mondo ricchissimo di bands e di suoni differenti, il metallo progressivo ha visto i Dream Theater come unici rappresentanti, pieni di epigoni che come mediocri studenti copiano il compito in classe. E pieni dei difetti del metal, in una dogmatica ripetizione di schemi che tradisce la stessa idea di prog. Ma era bello così, funzionava, e quella commistione fantastica tra Rush, Metallica, Genesis e tutto quello che volete era quasi orgasmica, a sentirla per le prime volte quando avevo 16 anni.  Meglio cambiare, no?  Che poi i Dream Theater sono cambiati, si. Cambio di genere, di look, di tastierista, di etichetta. Ma il problema come sempre non è il cambiamento, o l’evoluzione, o il divenire, che dir si voglia. Vuoi cambiare? Va bene, ottimo. Non vuoi cambiare? Va benissimo, perfetto. Gli AC/DC fanno lo stesso disco da 30 anni ma è sempre un bel disco. Gli Iron Maiden, poveretti, quelli no. Anche loro fanno lo stesso disco, però guarda caso è brutto. I Dream Theater invece fanno altri dischi, hanno cambiato. Con dei riferimenti al vecchio sound qua e là. Ma sono tutti dischi orribili. Six Digrees of Inner Turbulence era passabile, Train Of Thoughts è una porcheria immane, Octavarium rimedia un po’ ma non troppo, e quest’ultimo Systematic Chaos completa assai la frittata. I Dream Theater hanno capito che sono un “gruppo per quattordicenni”, che eiaculano appena un solo di chitarra supera i 200 bpm. In qualche frangente si sono incattiviti come macchiette, suonano pesante e senza contegno, macinando riffs e riffs che se prendo la chitarra ne tiro fuori a bizzeffe pure io. Strizzano l’occhio a suoni moderni, ai Muse (che già di per se mi stanno un po’ la, dove non batte il sole, come tutti i gruppi post-depressed-lagnoso rock) ed ai Coldplay. Senza la stessa classe, dei secondi beninteso. Una profonda crisi creativa li travolge, e i giovanissimi fans sono tutti contenti così, vanno ai loro concerti, e continuano a dire che sono una figata. Vedi un sacco di fringuelli con le magliette ai centri commerciali, che ti guardano con la faccia che avevi tu a 16 anni, dicendo “ehi io capisco di musica, ascolto i Dream Theater, mica Le Vibrazioni”. E questo Systematic Chaos schizza al secondo posto in classifica, vicino a Tiziano Ferro. Le Vibrazioni sono molto sotto, ma il loro disco ad essere sinceri è molto più bello. Si salvi chi può.

Michele Ferraro | È finito il nostro carnevale

Autore: Fabio Stassi
Titolo: È finito il nostro carnevale
Edizioni: Minimum fax, Roma 2007
Pagine: 244 pag

È il 31 dicembre del 1999 alla base Amundsen-Scott in Antartide, e un antiquato apparecchio a nastri registra l’intervista che un uomo rilascia a una giornalista. La trascrizione dell’incontro è il racconto della vita di Rigoberto Aguyar Montiel, straniero senza patria nelle cui vene scorre sangue brasiliano, francese, catalano, arabo, africano, ebreo e greco, nella cui famiglia in due secoli si sono avvicendate almeno undici lingue diverse, cinque religioni, quattro continenti, tre isole e quattordici emigrazioni, e che per cinquantatre anni ha inseguito la coppa Rimet, la statuetta alata d’oro zecchino destinata a premiare il vincitore del mondiale di calcio dalla prima edizione in Uruguay nel 1930. Leggi tutto “Michele Ferraro | È finito il nostro carnevale”

Simone Olla | Cercasi batterista, chiamare Alice

Autore: Rick Moody
Titolo: Cercasi batterista, chiamare Alice
Edizioni: Minimum fax, Roma 2006
Pagine: 227

Lentamente, con tutta la sua provvisorietà, prende forma la provincia americana, quella del New Jersey, dove i vagoni dei treni sono fermi da quando hanno chiuso la stazione, le fabbriche sono abbandonate e si organizzano feste a tutto volume, le strade sono deserte e se macchine basse sfrecciano a tutta velocità hanno la maestosità di navi da crociera in un’epoca di viaggi aerei.
Il “ritardo” di Haledon si trasforma in attesa malinconica di un domani migliore: Alice, Dennis, Lane, Max e tutti i personaggi che si muovo nelle pagine di Moody hanno la stessa fragilità del luogo in cui vivono, una fragilità anonima. L’insoddisfazione che attraversa le loro vite non la possono condividere con nessuno: ognuno è solo dentro la sua vita in questo angusto sottoscala dell’impero. L’alcool e la droga sono strade fin troppo semplici da percorrere; così come la musica, che diventa scopo di vita e luogo di ritrovo, ma che non basta per arginare la solitudine che pagina dopo pagina diventa autodistruzione. La musica la senti in tutto il libro, un sottofondo tragico che si confonde con il linguaggio e lo stile dell’autore: è la musica di quell’agonia che è stata anche sua. Leggi tutto “Simone Olla | Cercasi batterista, chiamare Alice”

Simone Olla | Io sono figlio unico

Intervista ad Antonio Pennacchi

Di solito prima conosco le opere e poi gli scrittori, prima mi tuffo nelle storie che scrivono e poi magari mi avvicino all’autore in punta di piedi. Con Antonio Pennacchi è accaduto il contrario. Da circa un anno faccio parte del collettivo Anonima Scrittori, di cui Pennacchi è più di un animatore, ed è lì che ho iniziato ad apprezzare il suo spessore letterario e il suo linguaggio a dir poco colorito. Imbattermi nella sua opera di scrittore (ma anche di storico) è stata una logica conseguenza: la capacità narrativa di Pennacchi oggi non ha eguali in Italia, Pennacchi racconta delle storie vere, che possono accadere, e lo fa con un linguaggio che conosce molto bene, quello popolare. Recentemente, dal suo romanzo “Il fasciocomunista” è stato tratto il film “Mio fratello è figlio unico” per la regia di Daniele Lucchetti. Pennacchi non lo boccia su tutto il fronte, ma quasi. Sostiene –a ragione– che il film è un travisamento del libro, un’altra storia. Partiamo dal libro quindi.

Quello che mi ha colpito maggiormente nel libro “Il fasciocomunista” – ed in generale nella tua scrittura – è il linguaggio che utilizzi, trovo che sia molto musicale. A questo proposito ti chiedo quanto è importante il linguaggio nelle storie che racconti e se c’è uno scrittore o un libro in particolare che l’hanno influenzato.

Il linguaggio è fondamentale nella scrittura, è forma e contenuto. Il linguaggio è la modulazione nel racconto, nella narrazione. Se togli il linguaggio cade tutto.
Molto più che la letteratura degli autori, è stato l’ambiente che ho frequentato ad influenzare il mio linguaggio: l’agro pontino in generale e la mia famiglia in particolare. Il mio è un linguaggio popolare, che nasce in fabbrica, al bar e dal barbiere. Io uso espressioni verbali che sento dal barbiere. Per questo la mia è una scrittura popolare, dal popolo per il popolo. Sono le storie a fare il linguaggio, e quelle che racconto io sono autentiche. Quel linguaggio lì è l’unico modo di raccontare le storie che racconto. Leggi tutto “Simone Olla | Io sono figlio unico”

Simone Olla | La Legler e Mammut

Quando scrivo, centinaia di famiglie sarde sono in apprensione per il loro futuro, non lo sanno decifrare, mancano troppi pezzi nel loro puzzle. Sardegna e Industria è un amore che non è mai sbocciato. E come sarebbe potuto sbocciare? Siamo in pochi che viviamo questa terra, appena un milione e mezzo. E siamo circondati dal mare. Come sarebbe potuto scoppiare questo amore? Non c’erano mica i presupposti, non ci sono mai stati. Oggi, nel conclamato mercato globale, dove il profitto prima di tutto, l’industria in Sardegna costa troppo: i lavoratori vogliono essere pagati come si deve (e ci mancherebbe pure) e i trasporti costano cari, che siano via mare o via cielo. Altri tempi quando la Cassa del Mezzogiorno regalava bigliettoni un po’ a tutti, e le credenziali si trovavano, mica c’era bisogno di Yunus e del suo microcredito. Leggi tutto “Simone Olla | La Legler e Mammut”