Alain de Benoist | Jünger e la figura dell’Anarca

Lo scorso anno (1977 NdR), il Festival internazionale del libro consegnava a Ernst Jünger le Grand Aigle d’or de la ville de Nice per l’universalità della sua opera, allo stesso tempo letteraria e scientifica. Dopo qualche mese, le Magazine litteraire gli consacra un numero speciale ben documentato e, ancora più recentemente, una trasmissione realizzata da Franco Contini (“Ernst Jünger, una sentinella solitaria”) lo presenta alla televisione. In Germania, Jünger sembra al contrario diventato una sorta di strano coleottero: un insetto la cui presenza non si spiega nel paesaggio. È allo stesso tempo piacevole e triste che sia la Francia a rendere questi omaggi al più grande scrittore tedesco vivente. Vogliamo credere non si tratti di una moda.
Ferito quattordici volte durante la Grande Guerra, decorato con la Croce al Merito, la più alta decorazione militare tedesca, Jünger, durante gli anni venti, fu uno dei più straordinari rappresentanti di questa “generazione del fronte” che intendeva proporre ai suoi compatrioti un’ideologia “soldatique”, che alcuni hanno qualificato “nazional-rivoluzionaria”.
Nel 1932, l’apparizione di Der Arbeiter (L’Operaio) risuona come un colpo di tuono nel cielo crepuscolare della Repubblica di Weimar. Con questo saggio inclassificabile Jünger abbozza una descrizione generale di ciò che Nietzsche chiamava il “nichilismo europeo”. Egli sviluppa l’idea di un primato assoluto della forma, che è questa “realtà superiore che dà un senso ai fenomeni”, realtà nella quale la costituzione organica si sviluppa interiormente per attendere la sua pienezza, e che, lontano dall’essere sottomessa alla morale, le impone al contrario le proprie leggi: “L’essenziale non è di sapere se qualcosa è buona o cattiva, bella o brutta, vera o falsa, ma di cercare a quale forma essa appartiene.” Come a dire che non esiste l’ideale, ma è il tipo (type) che bisogna aspettare.
Ora, la forma dominante della nostra epoca è il lavoro: l’Operaio (Travailleur, Arbeiter) è il tipo della generazione nascente. Tuttavia per Jünger il lavoro non è un mezzo di produzione. Non dipende dalle leggi dell’economia giacché non ha il profitto come obiettivo. E non è nemmeno un’attività. Il lavoro è l’”espressione di un’essenza particolare che cerca di riempire il suo spazio, i suoi tempi e le sue leggi.” È l’espressione stessa della vita e, come tale, domina tutte le contraddizioni terrene e trascende tutte le opposizioni. Attraverso l’Operaio, dirà Martin Heidegger (che consacra tutto un seminario a questo libro), il lavoro accede “al rango metafisico di questa oggettivazione incondizionata di tutte le cose presenti, che mostra il proprio essere nella volontà della volontà”. (Essais et conferences, Gallimard, 1958). Solo l’avvento del “regno dell’Operaio” può fare in modo che l’uomo ridiventi maestro della tecnica, che permette la mobilitazione totale del mondo.
Come la maggior parte dei membri della Rivoluzione Conservatrice, Jünger non ebbe altro che disprezzo per il socialismo-plebeo di Hitler, e il suo libro Auf den Marmorklippen (Sulle scogliere di marmo) costituisce una forte critica del nazismo – ma non considera che questa ostilità per il regime giustifica un tradimento del suo paese. Fu espulso dall’arma nel 1944, dopo l’attentato del 20 luglio. Appena uscito di prigione, suo figlio diciottenne, parte volontario per il fronte, dove trova la morte vicino a Carrara. Jünger dice di lui: “Il savait distinguer entre l’intérieur et l’extérieur, entre le peuple et le parti”.
All’interno di Eumeswil, Jünger tratta ancora una volta e in modo affascinante del libero arbitrio dell’individuo davanti alla tirannia della massa, sia essa totalitaria o democratica. Di tutte le tirannie, scrive, la peggiore non è quella che costringe i corpi, ma che dissolve le anime: “L’illusion égalitaire est encore plus dangereuse que la brutalité des traîneurs de sabre… Qu’on vous opprime : on peut se redresser, à condition de n’avoir pas perdu la vie. La victime de l’égalitarisme est minée, physiquement et moralement. Quand on est autre que les autres, on n’est pas leur égal ; c’est l’une des raison pour lesquelles on s’en prend si souvent aux Juifs.”
L’azione di Eumeswil si svolge in una kasbah mediterranea, in un’epoca in cui lo stato universale è stato realizzato – ma si è già disgregato. Eumeswil è una città sottomessa a un tiranno, il Condor; il narratore, Martin Venator, detto Manuel, professore di storia il giorno, barman la notte, è l’osservatore altero e sovrano di un mondo che si sta facendo e disfacendo. Egli è anche l’incarnazione di un tipo jungeriano: l’anarca. Jünger ha questa bella formula: “l’anarca sta all’anarchico come il monarca sta al monarchico”. Non bisogna confondere in effetti l’anarca e l’anarchico: l’anarchico è il partner del monarca. Egli è legato a lui nella stessa misura in cui lo combatte; formano una coppia. L’anarca trascende e supera le forze di contestazione come le forze di conservazione: egli realizza la suprema sintesi già evocata da L’Operaio, ma in un altro modo. “L’anarca può vivere nella solitudine; l’anarchico è un essere sociale, costretto a cercarsi dei compagni.” Non credendo che l’uomo sia naturalmente buono, l’anarca non può che rigettare l’idealismo fumoso dell’anarchico, la sua “pietà senza bontà”, come la sua “bontà senza pietà”. L’anarca non è un disertore, ma è refrattario, non ha una morale ma un’etica: l’ethos, ai suoi occhi, non è un affare di dogmi, ma un affare di volontà. Egli prega, non per domandare né per rendere grazie. Non combatte per il potere, è un uomo che non offre prese al potere; l’anarca non è contro il tiranno, è al di sopra di lui. “Sa misure lui suffit : la liberté n’est pas son but, elle est sa propriété.” Egli non ha altra ambizione che regnare su se stesso.
Questa distinzione tra l’anarca e l’anarchico, riguarda anche tutta la differenza che può esistere tra una critica aristocratica della società borghese e una critica che siamo tentati di definire gauchiste. Quello che ci dice Jünger è che l’unico modo di contestare veramente una società en place consiste nell’inventare uno stile di vita, una formula mentale, una dominazione di sé, che renda impossibile l’assoggettamento. Perché soltanto i mediocri possono credere che la loro libertà dipenda esclusivamente dalla debolezza di chi li opprime.
Ho incontrato Ernst Jünger a Nizza il mese scorso, ho visto il suo bel viso di monaco-soldato, purificato dalla altezza e dalla serenità. All’età di ottantatré anni Jünger non è soltanto di una giovinezza e di un vigore che ti fulminano al primo sguardo, egli è più creatore che mai. Armin Mohler ha detto che Eumeswil è stata l’opera più importante pubblicata da Jünger dopo la Seconda guerra mondiale. Il fatto è che bisogna ritornare a Goethe per trovare l’esempio di un’opera scritta a un’età così avanzata e che abbia avuto l’importanza e l’eco dei testi della maturità (pensiamo evidentemente ai due Faust). Mohler aggiunge che la stranezza di Eumeswil è che gli manca tutto il chiacchiericcio superficiale, tutte le concessioni alle mode e allo spirito del tempo che fanno l’essenziale della letteratura contemporanea. Jünger, come l’eroe del suo libro, si posizione al di sopra dei tempi. È per questo che il discorso di Martin Venator vale anche per la nostra epoca – come per qualsiasi altra. Con Eumeswil, libro sulla “emigrazione interiore”, libro per tutti quelli che si sentono in esilio nella propria patria, Jünger si piazza definitivamente non come il sopravvissuto di un’epoca trascorsa, ma come il visionario del secolo che verrà. Il Soldato, l’Operaio, l’Anarca: nell’alleanza di questi tre tipi si trova forse la chiave del nostro destino.

(10-11 giugno 1978)

—traduzione di Simone Olla e Valentina Nesi—

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *