Simone Olla | Limonov

Autore: Emmanuel Carrère
Titolo: Limonov
Edizioni: Adelphi, Milano 2012
Traduzione: F. Bergamasco
Pagine: 356

Si veste di stile fascista Poutine come Limonov, Dugin come Herzog. Il fascista è lui, indubbiamente, ma può essere anche lui, o lui: Carrère romanza un’attitudine, il “modo in cui ciascuno di noi si rassegna al fatto ovvio che la vita è ingiusta e gli uomini non sono uguali: più o meno belli, più o meno dotati, più o meno attrezzati per la lotta. Nietzsche, Limonov e questa istanza in noi che io definisco “il fascista” dicono in coro: è la realtà, il mondo così com’è.”
Un altro giorno Eduard Limonov incontra Aleksandr Dugin, il quale dichiara di essere fascista, anche se Limonov non ha mai conosciuto un fascista come Dugin. “Quelli che ha conosciuto erano dandy parigini che avevano leggiucchiato Drieu La Rochelle ed erano fascisti perché la consideravano una cosa elegante e decadente, o individui grossolani come […] Prochonov, i cui discorsi sono così pieni di paranoia e barzellette antisemite che bisognava veramente fare uno sforzo per starlo a sentire. Eduard ignorava che fra i piccoli stronzi affettati e i grandi stronzi scurrili ci fosse una terza categoria, una varietà di fascisti di cui in gioventù io ho conosciuto alcuni esemplari: i fascisti intelligenti, ragazzi di solito fervidi, esangui, imbranati, molto colti, che con le loro grosse cartelle sottobraccio frequentano piccole librerie esoteriche e sviluppano fumose teorie sui templari, l’Eurasia o i rosacroce, e non di rado finiscono per convertirsi all’Islam.”
Dugin non ha mai contrapposto fascismo e comunismo, al contrario è ispirato tanto da Lenin quanto da Mussolini.
Ora, tutto lo sforzo teorico/immaginifico che Carrère impiega nel dettagliare le possibili varianti del fascista – quasi fosse un’apertura degli scacchi – è un impegno che non considera la vuotezza della definizione, riempita com’è di tutto e il suo contrario: siamo fuori dalla nominazione: non siamo d’accordo su cosa sia fascista, oggi. E se il fascismo salutasse la scena politica con l’esibizione spettacolare del suo capo ormai morto appeso a testa in giù in quel distributore di benzina a Milano? Che ne dite, siamo al bar, possiamo parlarne…
Il resto è speculazione dialettica, siamo d’accordo.
Siamo d’accordo?
“Qualche migliaio di patrioti si sono già radunati davanti all’edificio che due anni prima è stato nel mondo intero il simbolo del trionfo di El’cin e dei democratici. Chi sono i patrioti? Grosso modo quelli che poche pagine fa abbiamo visto urlare la propria rabbia per le strade di Mosca. Alcuni, non tutti, sono quelli che definiremmo fascisti, ma questi fascisti ora si presentano come paladini dell’ordine costituito, e non si può dire che abbiano torto quando accusano i democratici di essere pronti a instaurare la dittatura per difendere una democrazia che nessuno vuole.”
Ancora un altro modo di essere fascista, secondo il romanzo.

Una volta arrivato a Parigi il nostro Limonov si perde fra le trame dell’autore, che fatica a raccontare con la stessa distanza che abbiamo apprezzato per due terzi del romanzo: Emmanuel Carrère è parigino e indugia sul suo passato con evidente piacere. Dice: per duecento pagine abbiamo parlato solo di Limonov, adesso tocca un po’ a me dirvi chi sono e da dove vengo. La narrazione perde tono, la parte dedicata a Parigi credo sia la più breve in termini di pagine, e la più dimessa in termini di avventura. Limonov è sormontato dall’autore, ma ancora una volta ne esce bene, si salva: il suo viaggio può continuare.

Durante il soggiorno parigino Limonov incrocia Jean-Edern Hallier che, secondo Carrère “avrebbe potuto essere bello: era ricco, aveva una Ferrari e un appartamento in place des Vosges, ma c’era dentro di lui un pagliaccio amaro e autolesionista che boicottava l’opera delle fate buone che si erano chinate sulla sua culla.” Jean-Edern Hallier aveva da poco rilanciato L’Idiot international, “attorno al quale il fondatore aveva radunato un gruppo di scrittori rissosi e brillanti, a cui non si chiedeva altro che scrivere qualsiasi cosa venisse loro in mente, purché scandalosa.” Erano scrittori, non giornalisti, e andavano affermando che le loro opinioni, per non parlare dei fatti, erano meno importanti del talento con cui le esprimevano.
“Nella vita, pensava Eduard, bisogna avere un gruppo, e a Parigi non ce n’era uno più vivace.”

Infine, un altro giorno, Eduard resta cool… Strabuzzo gli occhi, vado in bagno, mi lavo la faccia, apro nuovamente il libro alla stessa pagina e sì, ho letto bene: accade a pagina 206 e io faccio un bel cerchio attorno alla frase, con la matita, e accanto ci scrivo come sia possibile restare cool, per Limonov… dentro al suo libro.

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