Giuseppe Giaccio | Pensiero ribelle

Autore: Alain de Benoist
Titolo: Pensiero ribelle. Interviste, testimonianze, spiegazioni al di là della Destra e della Sinistra (volume primo)
Edizioni: Controcorrente, Napoli 2008
Pagine: 419

La preoccupazione che per tanti, troppi anni ha assillato gli esegeti del pensiero di Alain de Benoist è stata quella di riuscire a smascherarlo, di mostrare il presunto fascista o, peggio ancora, l’altrettanto presunto nazista che si nascondeva in lui dietro cortine fumogene verbali colte e raffinate in grado di sedurre, col loro sofisticato mimetismo, persino l’intellighenzia di sinistra. Parlare, in questo caso, di “esegeti” ha, evidentemente, un senso solo se si attribuisce a tale termine una sfumatura ironica. L’esegeta, infatti, è colui che spiega e interpreta criticamente l’opera altrui – opera che, nella fattispecie, si estende nell’arco di oltre un quarantennio, ha attraversato, com’è naturale, varie fasi e sperimentato diverse metamorfosi. Ma per spiegare e interpretare bisogna prima conoscere, il che è rigorosamente da escludere per la stragrande maggioranza di coloro che si sono finora accostati a questo pensatore. Il loro atteggiamento è stato, in effetti, di tipo inquisitoriale. Si trattava, come nei film di Dracula, di esporre il “mostro” al sole, i cui raggi avrebbero dissolto l’apparenza di rispettabilità di cui il “vampiro” si circondava, facendone emergere l’orrore. Tutto ciò non ha, ovviamente, niente a che fare con un serio impegno di ricerca intellettuale. Del resto, per la serie “dagli amici mi guardi Dio”, con quel che segue, non si può dire che abbiano reso un buon servigio al pensiero debenoistiano nemmeno molti di coloro che vi si sono avvicinati con intenzioni dichiaratamente non ostili, giacché spesso vi era in costoro più l’intenzione di afferrare una bandiera da sventolare o di manipolare concetti inserendoli in contesti discutibili, che di studiare e capire.
Da qualche tempo, si notano, tuttavia, timidi segnali che vanno in tutt’altra, e decisamente più interessante e promettente, direzione. A partire dal saggio di Pierre-André Taguieff Sulla Nuova destra (Vallecchi, Firenze 2004), ci si comincia a interrogare sulla tipicità o atipicità di de Benoist (ricordiamo che una delle parti in cui si articola questo volume è intitolata appunto “Itinerario di un intellettuale atipico”). Nel Liber amicorum Alain de Benoist (AAAB, Paris 2004) figura il bell’intervento di Alessandro Campi “Un intellectuel typique”, e su questo tema si sofferma anche Costanzo Preve ne Il paradosso de Benoist (Settimo Sigillo, Roma 2006). Per quanto questo approccio sia preferibile a quello precedente, rispetto al quale rappresenta un evidente passo in avanti giacché radica il discorso su de Benoist nel terreno che gli è più consono, quello dell’approfondimento culturale e non della demonizzazione o dell’appropriazione indebita, confessiamo di auspicare che venga al più presto il tempo in cui si comincerà a parlare, puramente e semplicemente, di de Benoist e del suo pensiero, senza preoccuparsi di trovare aggettivazioni più o meno azzeccate. Siccome, però, a quanto pare, non siamo ancora giunti a questa fase, partecipiamo anche noi a questa sorta di gioco, per dire che de Benoist è, a nostro avviso, un intellettuale al contempo tipico e atipico. La compresenza di queste caratteristiche risulta molto evidente nei due volumi di Pensiero ribelle (di cui, al momento in cui scriviamo, è uscito solo il primo – ma il secondo, assicura l’editore, è imminente), selezione, operata dallo stesso autore, delle più significative e approfondite interviste concesse da de Benoist a vari organi di stampa. Per comprendere l’atipicità debenoistiana, è forse utile rievocare un episodio rivelatore, tratto dal secondo volume, che si riferisce al lungo e complesso rapporto del pensatore francese con Louis Pauwels all’epoca in cui, verso la fine degli anni Settanta (precisamente, nell’ottobre del 1978), venne lanciato, col decisivo apporto di de Benoist e di altri esponenti della Nouvelle droite, “Le Figaro Magazine”, il settimanale che, secondo le intenzioni dei suoi promotori, doveva costituire una versione di destra de “Le Nouvel Observateur”, e grazie al quale l’omonimo quotidiano arrivò, nel momento di massimo successo dell’iniziativa, a una tiratura di 850.000 copie. Siccome le cose si mettevano bene, Pauwels propose all’amico un inserimento in pianta stabile nell’organigramma del giornale, ma, scrive de Benoist, “gli spiegai che impegnarmi totalmente in quel progetto mi avrebbe obbligato ad abbandonare imprese certo più modeste, ma che credevo indispensabili alla elaborazione e alla diffusione delle mie idee”. Il comprensibile stupore di Pauwels (“Ma insomma”, mi disse, “le sto proponendo di fare carriera! Avrà un titolo, un’ottima paga, una segreteria, un’auto”), cresce quando de Benoist aggiunge: “Gli spiegai che mi ero data la regola di non cercare mai prioritariamente il mio interesse personale”. Qui la posizione di de Benoist è decisamente atipica, se diamo a questo termine il significato di non conforme al modo comune, normale, di comportarsi. Ad essere tipica è invece la replica di Pauwels, il quale si aspettava che de Benoist prendesse, come suol dirsi, il treno al volo e non si lasciasse sfuggire un’occasione di gratificazione personale e professionale che poteva non presentarsi mai più. D’altra parte, la reazione di de Benoist può essere altresì considerata tipica, se interpretiamo questo aggettivo nella sua accezione di modello ideale cui tendere. Avendo dedicato la sua vita allo studio e alle idee, essendo questa la sua vocazione, de Benoist non se la sentiva di aderire a una proposta che se, da un lato, sembrava garantirgli la “mangiatoia”, dall’altro rischiava di mettergli il “collare” e quindi di allontanarlo dal ruolo che un intellettuale dovrebbe tipicamente incarnare: quello di essere un guastafeste, uno che non si accontenta dei risultati raggiunti, ma è sempre pronto a rimetterli (e a rimettersi) in discussione, che pone la sua libertà di ricerca al di sopra di tutto, che non teme di infrangere tabù e pregiudizi, che dice pane al pane. È chiaro che vivere in modo così totale, e quasi sacerdotale, sacrale, le proprie scelte comporta un prezzo molto alto in termini di discriminazioni, incomprensioni, isolamento dai circuiti mediatici che contano e che sono essenziali per un intellettuale che, com’è logico, aspira anche a comunicare agli altri i risultati dei suoi studi. Questo prezzo è stato, ed è tuttora, ampiamente pagato da de Benoist con l’esclusione della sua produzione culturale dai cataloghi delle maggiori case editrici, dove pure meriterebbe di figurare sia per le sue qualità di scrittura, sia per l’interesse delle tesi espresse nelle sue opere. Gli ultimi libri debenoistiani, senz’altro annoverabili tra le sue cose più stimolanti e ricche di spessore intellettuale (i due volumi di C’est-à-dire, Jésus et ses frères, Nous et les autres, Carl Schmitt actuel, il saggio su Édouard Berth, quello sulla decrescita e sul Cercle Proudhon), sono stati pubblicati, in Francia, con la sigla dell’“Associazione degli amici di Alain de Benoist”, o con quella di Krisis o di altri piccoli editori, il che vuol dire che sono usciti in forma quasi clandestina. Lo stesso discorso vale per l’Italia. Ciò nonostante, de Benoist è riuscito a crearsi un po’ in tutta Europa un pubblico indubbiamente ristretto, ma che lo apprezza e ne valuta con interesse il percorso culturale di cui Pensiero ribelle (traduzione del primo tomo di C’est-à-dire) fornisce una panoramica esaustiva relativamente all’ultimo e, secondo noi, più proficuo tratto. Lo strumento dell’intervista cui ricorre de Benoist viene definito dall’autore nell’introduzione “una formula apprezzabile, direi persino insostituibile, perché pienamente complementare agli articoli e ai libri. Essa permette di dire, in forma viva, ciò che si ritiene necessario dire. Ma permette altresì di rispondere alle obiezioni, di sviluppare il proprio pensiero, di esplicitare ciò che si è forse espresso altrove in modo troppo allusivo o lapidario”. Merito non secondario di questa raccolta è di consentire l’immediato accesso a materiali che o sono proposti per la prima volta in italiano, o vengono proposti per la prima volta in versione integrale, oppure sono di difficile reperimento, in quanto pubblicati su giornali e riviste (tra cui pure “Diorama”) ormai esauriti – materiali indispensabili per chiunque, ricercatore o semplice lettore curioso, voglia ricostruire non solo l’iter di de Benoist, ma anche quello della Nouvelle droite. Si pensi al testo con cui si apre il libro, “Verso nuove convergenze”, intervista concessa ad Éleménts oltre vent’anni fa, in occasione dei diciotto anni della Nd, e che costituisce, in pratica, una carta d’identità, un’auto-presentazione della Nd ad opera del suo principale esponente. Chi si prefigge di ricostruire il profilo di questa corrente di idee non può, evidentemente, prescindere dalle valutazioni – le condivida o meno – espresse da de Benoist, il quale fornisce una serie di tracce, di chiavi di comprensione comunque importanti. Anzitutto, enuncia il criterio che ogni ricercatore dovrebbe, a suo avviso, seguire nel momento in cui decide di occuparsi della Nd: “Ogni approccio pertinente alla Nd esige certamente una periodizzazione: considerare tutti i nostri lavori come ‘contemporanei’ (come fanno talvolta i nostri avversari) rende il fenomeno letteralmente incomprensibile”. In altri termini, è con uno sguardo diacronico e non sincronico che bisogna osservare la Nd. Non a caso, le opere più interessanti sulla Nd sono state prodotte appunto da quei pochi studiosi che hanno adottato questo criterio che, del resto, è ispirato al buonsenso (merce rara, evidentemente). Altrimenti, ci si condanna ad irrigidire all’interno di un quadro stereotipato e precostituito un fenomeno che, al contrario, ha fatto della necessità di varcare i confini tradizionali, in vista della formulazione di nuove sintesi, uno dei suoi cavalli di battaglia. Questo errore di prospettiva emerge in tutta la sua evidenza in altri due interessantissimi testi figuranti nel volume, lo scambio di idee tra Alain Caillé, uno dei fondatori del Mauss (il Movimento antiutilitarista nelle scienze sociali) e lo stesso de Benoist pubblicato nella Revue du Mauss del luglio-settembre 1991 e proposto ai lettori italiani in un ormai introvabile numero di Diorama (il 154 del gennaio-febbraio1992) e l’ampia intervista a de Benoist di Francesco Germinario pubblicata su Liberal del 5 agosto 1999. Il tentativo di Caillé e Germinario di appiattire il profilo della Nd e di de Benoist su quello della destra e del fascismo appare, d’altronde, tanto più inconsistente di fronte alle inequivocabili critiche rivolte da de Benoist sia alla destra che al sistema lineare-assiale destra-sinistra nella sezione del libro dedicata a tale argomento. Il volto positivo di tale critica è la scelta metapolitica, ribadita più volte con forza, unitamente alla denuncia dell’inanità, per chi punta a produrre cambiamenti in profondità, della politica politicante. De Benoist confessa qual è la sua ambizione: fare della Nd non tanto l’equivalente della Scuola di Francoforte, quanto qualcosa di simile al romanticismo tedesco, che “ha agito come catalizzatore di tutta un’epoca e ha potentemente contribuito a fare l’unità tedesca. Di fronte all’occupazione culturale americana, mi sembra che anche la Nd potrebbe nutrire l’ambizione (smisurata?) di animare un potente movimento di rinascita e di unità europea”. A più di vent’anni di distanza da queste dichiarazioni e a quaranta dalla nascita della Nouvelle droite, è lecito fare un provvisorio bilancio e chiedersi fino a che punto le attese e le speranze dell’intellettuale francese si siano avverate. Quando de Benoist dice che “la Nd non soltanto esiste ancora, ma il suo pubblico non ha smesso di crescere”, fa un’affermazione di cui ci sentiamo, oggi, di sottoscrivere solo la prima parte (a condizione, ovviamente, di precisare, come fa lo stesso de Benoist, che nel frattempo la stessa etichetta di Nuova destra ha perso la sua ragion d’essere e che pertanto occorre guardare più al contenuto che al contenente). È ancora vero, inoltre, che l’area un tempo definita Nd “resta il solo spazio critico di riflessione che si tenga chiaramente lontano dalla convergenza liberale-libertaria, senza essersi per questo volatilizzata”. Certamente, l’auspicata funzione catalizzatrice è rimasta finora ampiamente inespressa e questa è, innegabilmente, una posta passiva di non poco peso. Non ci pare, tuttavia, che sia “ragionevole”, come ritiene Preve, trarre da ciò la conseguenza che la proposta metapolitica non è riuscita a incontrare la politica e che pertanto essa va considerata “una semplice e ineffettuale protesta contro l’esistenza della realtà […], una metapolitica per nullatenenti” (op. cit., pag. 152). Non lo pensiamo non perché escludiamo a priori che possa essere così, ma perché a noi sembra piuttosto ragionevole credere che la dimensione spazio-temporale in cui si svolge la vita umana sia qualcosa di troppo effimero (per gli antichi greci, gli esseri umani erano gli “effimeri” per antonomasia) per consentirci di giungere a una tanto drastica conclusione. Il cristianesimo – se è lecito fare un esempio impegnativo – ha impiegato più di trecento anni per incontrare la politica nelle persone di Costantino prima e di Teodosio poi ed ancora oggi si discute tra i cristiani se ne sia davvero valsa la pena e se non sarebbe stato meglio divorziare. Un tempo non inferiore –  se prendiamo come punto di partenza convenzionale la fine dell’età medievale e l’epoca delle scoperte geografiche – è stato necessario all’immaginario borghese per incontrare la politica sotto forma di rivoluzione. Un ipotetico Preve vissuto al tempo di san Paolo che avesse obiettato all’apostolo delle genti che la sua predicazione era ineffettuale avrebbe avuto ragione sul piano esistenziale, ma torto su quello storico. È vero, peraltro, che la mancanza di sintonia tra il reale e il razionale crea una dimensione tragica, che però non esclude, per le ragioni appena precisate, la plausibilità di una scelta metapolitica. Il metapolitico e il tragico possono tranquillamente convivere, come sembra suggerire un proverbio francese col quale ci piace chiudere queste nostre note: fais ce que dois, advienne que pourra.

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