Simone Belfiori | La fuga centripeta dei Pink Floyd

Per dirla con Hemingway, non si può fuggir da se stessi vagando di luogo in luogo. L’ossessiva ricerca dell’altro non riflette forse una mancanza personale, una necessità di indagine? Con la giusta dose di astrazione, questo è il caso dell’epopea floydiana, che grazie allo strumento della psichedelia ha attraversato le contraddizioni proprie di una quest apparentemente proiettata verso l’esterno, ma invero rivolta all’uomo ed alla sua condizione. I Pink Floyd, band onnipresente nell’immaginario del musicista medio prima ancora delle proprie stesse note, hanno contribuito a creare attorno a se un fitto alone “cosmico” e spaziale, in cui la motilità lisergica della mente del primo chitarrista Syd Barrett ha influito non poco. Alone considerato a torto essenziale in tutta la loro carriera, fino ancora al vendutissimo album The Dark Side Of The Moon del 1973. Eppure, in questo stralunato e dissonante viaggio verso orizzonti lontani (ben rappresentato dai brani del primo album The Piper At The Gates Of Dawn del 1967), sono già presenti i germi della futura svolta dei musicisti londinesi ; in parallelo con il forzato allontanamento di Barrett, ormai lanciato a folle velocità nel suo acido universo, la loro proverbiale “aurea medietà” di musiche, ora magniloquenti e rilassate, e di testi, ora proiettati verso l’interno, prende il sopravvento.

In questo i Pink Floyd riflettono le contraddizioni degli anni e dell’atmosfera dalla quale anche loro in parte presero le mosse; nella translucente, psichedelica e borghese Swingin’London della seconda metà degli anni ’60, la musica di questi cinque inglesi riesce ben presto a divincolarsi e sopravvivere alla deflagrazione; e già con il termine della Summer Of Love del 1967 un rispettabile contratto con la EMI (e la cacciata di Barrett) pone sui binari della normalità quello che pareva essere una versione europea della psichedelia tout-court, colonna sonora del Flower Power d’oltreoceano. Con i dovuti distinguo; nel contempo riassuntiva e differente, tale musica aveva in effetti poco a che spartire con l’acid rock americano. D’ora in poi si potrà invece parlare di psichedelia soltanto nel senso etimologico del termine. Dal punto di vista della forma, il gruppo si è indubbiamente contraddistinto fin dagli inizi per una spiccata propensione alla dimensione live ; dai celebri light shows fino ai mastodontici e plurimiliardari tour mondiali (culminati con gli esorbitanti  numeri per lo spettacolo di The Division Bell del 1994), è rintracciabile la linea comune di una carriera del tutto conforme ai dettami consumistici; scheggia impazzita nata dagli anni della contestazione, i Pink Floyd hanno adeguato i loro schemi al turbinio del music business, con il non trascurabile pregio di non aver mai perso una propria identità. Dagli hippies agli yuppies, come polemicamente qualcuno ha sentenziato; musicalmente, formalmente, psicologicamente. Eppure erronea e fallace è la lettura del fenomeno floydiano secondo una così ferrea interpretazione ; eccezion fatta per Barrett, i restanti componenti del gruppo non sono mai assurti allo status di “rock-star” ne tantomeno di personaggi ; uomini schivi e riservati, quasi eclissati persino sul palco dal suono etereo della loro musica. Ed a livello di contenuti, innegabile è stata la capacità, per un concept rock, di sondare i mali della società contemporanea occidentale ; talvolta in maniera pur banale, altre sotto una tenue ma geniale luce, i temi considerati sono stati vagliati attraverso gli strumenti dell’ironia, del gioco linguistico, del teatro e soprattutto del metateatro ; nella mastodontica opera di The Wall del 1979,  la condizione disagiata del musicista-showman si esplicita, autorappresentandosi e descrivendo egregiamente le tappe dell’incomunicabilità dapprima tra uomo e pubblico, da estendersi tra uomo e uomo. L’autismo che si origina è dunque derivato da traumi, meccaniche e pesanti sovrastrutture capaci di inquinare l’autenticità dei contatti e dei legami: ben viva è la descrizione dell’attuale società del “bisogno forzato”, sia esso degli “applausi”, della droga, del denaro, del potere.

Un caso significativo :
Testi e musiche di “The Dark Side Of The Moon”

Il già citato “The Dark Side Of The Moon”, disco da 30 milioni di copie, è l’emblema di come il successo planetario di un prodotto non sia di per se inversamente proporzionale al valore qualitativo. Quello che si presenta è invece un calderone senza pari, che sotto l’egida della pazzia fotografa vizi ed affanni dell’uomo “occidentale” alle prese con i ritmi della vita e l’assenza di un equilibrio, con il tempo, con il denaro e con i suoi labili appigli.

Ovviamente ricorrente la metafora immediata con i riferimenti al sole ed alla luna, a scandire un immaginario parallelo con la luce e l’oscurità nella mente dell’uomo (nonché il respiro cosmico, concepito in varie accezioni dalle filosofie orientali), la cui controparte, inevitabilmente presente, è proprio quel “lato oscuro” che altro non è che la fisiologica incertezza che inconsciamente si rimuove, chiudendosi spesso in un’ebete ottimismo ; un discorso, quest’ultimo, che risulta facilmente applicabile all’attitudine mentale dominante ancora ai giorni nostri.
Il brano “Breathe” ( “respira”) è una precisa fotografia della rincorsa quotidiana verso il nulla ; il verbo “to run” ( = correre ) è presente nel brano nonché più volte ripetuto nel disco, con accezioni differenti. Il monito è quello di respirare, fermarsi, riscoprire il legame (“parti, ma non lasciarmi” , “scegli il terreno adatto”) nonostante le irremovibili spinte alle quali la società sottopone (“per quanto in alto voli / tutto ciò che tocchi e che vedi”). Ma il messaggio è decisamente pessimista, in pieno accordo con l’indole di Waters : “corri coniglio, corri, scavati un buco, dimentica il sole / per quanto tu via ed in alto voli “. L’inutilità e la pericolosità della frenesia moderna è incarnata dagli ultimi versi, in quanto “se cavalchi la corrente, tenendoti saldo sull’onda più grossa, vai velocemente verso il sepolcro”.
Il brano seguente non a caso si chiama ancora “On The Run”, intermezzo strumentale psicotico, sorretto da un ripetuto arpeggio del sintetizzatore.
Il concetto del correre è ripreso anche nel brano “Time”, che all’inesorabile scorrere del tempo contrappone un uomo perennemente incapace di coglierlo in relazione al suo valore, sempre a disagio e mai appagato da esso. La “rincorsa” in questo caso è tardiva e mai risolutiva : “corri corri per raggiungere il sole, ma sta tramontando, correndo in tondo per rispuntare ancora dietro di te”. Lo stesso sole, che simboleggia la vita agognata, è rappresentato in movimento, in un circolo vizioso, in quella romantica tensione verso il nulla che oggi –viene da pensare- è inficiata dai venti squilibranti della competizione, non più fisiologica bensì indotta dal pervasivo utilitarismo. I rapporti reali sono stravolti, la percezione della propria osmosi umana e temporale è alterata.
Ed infatti “non sembri mai pago del tempo, fra progetti che finiscono nel nulla”, questa è l’amara constatazione di Waters, che dimostra testualmente di essere la prima vittima di tale meccanismo non avendo a disposizione ulteriori minuti nello stesso brano per continuare il discorso.
L’atmosfera perentoria è temporaneamente stemperata dagli episodi di “Breathe – reprise” e dal bellissimo e commovente strumentale “The Great Gig in the Sky”.
Il caratteristico incedere in 7/4 ci conduce successivamente attraverso la famosa “Money”, invettiva contro il denaro, definito “radice di ogni male contemporaneo” ; interessante è la successiva presenza dell’avversativa introdotta da “But…”;“ma se domandi un aumento, non sorprenderti se non ti concederanno nulla”, questo è il suono della frase, quasi a significare che il male del denaro è insito inevitabilmente nel suo autonomo potere di richiamo e di mobilitazione stessa dell’uomo, e non ovviamente nel suo configurarsi come oggetto, al pari di altri. In ogni caso, in generale il brano descrive la contraddizione quotidiana generata nell’uomo dallo “sterco del demonio”.
Infine, utile è citare i due brani conclusivi, ovvero “Brain Damage” ed “Eclipse”.
Il primo ci descrive la pazzia come condizione fisiologica di chiunque si accorga ( o forse ammetta ) di aver perso determinate certezze (“se la diga si squarcia prima del previsto / se la testa ti scoppia in oscure profezie” ) ; il “lato oscuro della luna” è il luogo in cui inevitabilmente ci si ritrova con chi abbia “un pazzo nella propria testa”, e non già con chi sia pazzo egli stesso. Questa sottile intuizione di Waters ben si esprime nella frase ”c’è qualcuno nella mia mente, ma non sono io”. È dunque il destino stesso ad imporre di convivere con il proprio fantomatico “dark side”.
A riprova di questo, “Eclipse” ancora una volta ribadisce che “ogni cosa sotto il sole è in sintonia, ma il sole è eclissato dalla luna…”.

Lungi da un discorso di spazialità concreta o fantascientifica, la cinesi dei Pink Floyd è evidentemente interna. Volendo estremizzare il discorso, l’intera opera discografica del gruppo elude il concetto occidentale di “dissociazione”, rintracciabile da Platone in poi. Spazio interiore e cosmico sono due facce della stessa medaglia. Come il sole e la luna, o la luna medesima nei suoi due lati. Spunti interessanti a proposito derivano dall’analisi storica del Buddismo coreano di Chont’ae (1055-1101).
Non raro è d’altra parte rilevare l’interesse per il buddismo in risposta alla voglia di fuga da un tipo di società alienante e tecnocratico; già Jack Kerouac, in The Dharma Bums (I vagabondi del Dharma, 1958), evidenziava seppur in modo personale la sua adesione alla filosofia Zen. Il discrimine tra ricerca spirituale e decadenza alcolica in questo caso si è però fatto molto labile ; la compentrazione tra il fenomeno beat, la psichedelia (e conseguentemente il clima lisergico) è ampiamente comprovata, ma c’è da dire che al contrario di tanti “eroi” di quegli anni, i Pink Floyd non ebbero il coraggio di premere il pedale dell’accelleratore fino in fondo ed immolarsi tali, imboccando per tempo il bivio della defluenza. O forse fu semplicemente un’intuizione,una scelta,guidata da una non totale appartenenza che consentì una “fuga centripeta” piuttosto che l’emorragia verso i paradisi artificiali. Quella “energia allo stato puro” così vivamente espressa dal protagonista di “On The Road” (Jack Kerouac, 1957),  non era forse priva di meta ? Non si doveva, per detta dello stesso Kerouac, “arrivare in qualche punto, trovare qualcosa” ? Si tratta del medesimo “saldo centro interiore” mancante, che indicava Julius Evola nella sua critica alla figura del beatster. Inizialmente attratto dalla carica anarchica ed antisociale di una tale figura proto-rivoluzionaria, egli ebbe modo di appurarne per tempo l’inconsistenza, nonché il rischio dello smarrimento nelle illusioni neo-borghesi. Kerouac, già a partire dalla pubblicazione di Big Sur (1967) è in grado di accorgersi della contraddizione, con il sopraggiunto successo paradossalmente alimentato dall’underground protestatario.
Forse i Pink Floyd erano diversi, puntavano fin dagli inizi su altri lidi, con strumenti affini ; la direzione è invertita; la ricerca collassa su se stessa, attorno ad un punto ancora fuggevole ma in perenne via di definizione.
E la nuova percezione del viaggio non ha più a che fare in maniera pedissequa con il trip psichedelico, già dal secondo disco “A Saucerful Of Secrets” del 1968. Se lo stile disturbato delle composizioni Barrettiane trovava un parallelo e similare riscontro nelle forme esplosive e sperimentali della prima prosa della Beat Generation, con i suoi “stacchi” e i suoi “frammenti”, la linearità ora plumbea, ora solare del tempo a “quattro quarti lento” dei nuovi Floyd, ci guida attraverso dei testi che a tutto mirano, fuorchè ad allontanarsi da un indefinibile fulcro. Insomma, una fuga centripeta.

Simone Belfiori

Cenni Biografici e Discografia

Roger Waters (basso), Nick Mason (batteria), Richard Wright (tastiere), Syd Barrett (chitarra) furono i musicisti che dopo varie formazioni e vicissitudini diedero vita alla prima line-up, a Londra e dintorni nel 1965.
Nel clima allucinato delle esibizioni negli importanti locali del Marquee e dell’Ufo, il gruppo è guidato dalla mente del chitarrista Syd Barrett, autore principale di tutto il materiale. Personaggio con velleità da rockstar, geniale, bizzarro e volubile , Barrett è perennemente immerso nell’universo delle droghe, in un crescente decadenza psico-fisica che lo porterà ad un’implosione autistica, causa del suo allontamento dal gruppo avvenuto già nel 1968. Il suo spettro però continuerà ad aleggiare per diverso tempo. In ogni caso, il primo singolo è del 1967 (“Arnold Layne/Candy And Current”), che frutta un prezioso contratto con la EMI proprio nel momento della deflagrazione della Swingin London nella medesima estate. L’album di esordio è “The Piper At The Gates Of Dawn” ; testi sognanti ed ermetici, ricchi di assonanze ed immagini testuali si sposano a musiche semplici ma frammentate, sobbalzanti,tra elementi di disturbo e di apertura. Del 1968 è l’album “A Saucerful Of Secrets” e la dipartita di Barrett, contemporaneamente all’ingresso del chitarrista blues-oriented David Gilmour, dal suono caldo e pieno, convintamente melodico. Siamo dunque oramai nella seconda fase della parabola musicale floydiana, in cui subentra un rock che qualcuno ha non ha torto definito di “aurea medietà”, sempre pacato, deciso ma mai aggressivo, oscillante senza pregiudizi tra l’oscuro ed il chiaro. Con le fisiologiche variazioni e sperimentazioni, questa sarà la direzione intrapresa fino all’epocale album “The Wall” del 1979. In precedenza, nella discografia della band londinese possono essere annoverati il doppio Ummagumma del 1969, 3 colonne sonore (“More”, dall’omonimo film di Barbet Schroeder del 1969 ; Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni del 1970 ; “Obscured By Clouds” da La Vallée di Barbet Schroeder del 1972), i concepts –con la ricerca di suites e accorgimenti sperimentali come cori polifonici- “Atom Heart Mother” (1970), “Meddle” (1971), il vendutissimo “The Dark Side Of The Moon” (1973), “Animals” (1977), dai testi intrisi di irriverenza punk, ed infine il disco “Wish You Were Here” del 1975, idealmente rivolto al tema dell’abbandono ed all’ormai disadattato Syd Barrett.

La musica dei Pink Floyd abbandonerà (ma non del tutto) in seguito la forma strettamente rock per attingere ai più svariati stili in adesione agli obiettivi musicali di ogni singolo album.
Dopo “The Wall” (1979) – e il relativo film del 1982 diretto da Alan Parker – , spetterà al concept sulla guerra “The Final Cut” (1983) chiudere un lungo periodo di successi e creatività.
Il bassista Roger Waters, principale immaginifico dei Pink Floyd dalla dipartita di Barrett fino a quel momento, lascerà la band per poi tornare ad imbattersi nel suo nome nel 1986, in occasione della disputa legale con gli ex-compagni per l’utilizzo del medesimo.
Questi ultimi avranno la meglio e registreranno l’album “A Momentary Lapse Of Reason” nel 1987, con annesso tour mondiale. Del 1988 è il doppio album “Delicate Sound Of Thunder”.
A sette anni di distanza dall’ultimo album, nel 1994 esce “The Division Bell” , che recupera tutti gli elementi più tipici del Floyd-sound ; ancora una volta, il disco è seguito da un enorme tour mondiale che culmina con la pubblicazione del mastodontico doppio live “Pulse” del 1995, assieme ad una videocassetta.
Del 2000 è il live “Is There Anybody Out There ?”, testimonianza del tour di “The Wall” e di una band in splendida forma.
Del 2001 è l’antologia “Echoes”.

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