Marco Tarchi | Il fasciocomunista

Autore: Antonio Pennacchi
Titolo: Il fasciocomunista
Edizioni: Mondadori, Milano 2007
Pagine: 391

È sempre difficile, quando ci si trova davanti a un romanzo che ricalca avvenimenti tratti dalla cronaca, stabilire dove passi il confine tra realtà e fantasia. E spesso non ha alcuna utilità il farlo, perché la narrazione basta a se stessa, come produttrice di emozioni, senza dover prendere a prestito alcunché da quel deposito di cose ormai inanimate che è il vissuto di altre epoche della storia, propria o altrui. Ci sono tuttavia casi in cui la lettura provoca il ricordo di chi la sta praticando in un modo così lancinante da obbligarlo a porsi qualche interrogativo sulla veridicità delle vicende narrate, magari non per dissipare la sensazione che lo scrittore le abbia deformate, ma per saggiare se, davvero, anche l’autore le abbia vissute con il medesimo spirito con cui le ha attraversate il lettore, come – sorprendentemente – di primo acchito sembrerebbe. E questo è proprio quel che è accaduto al recensore mentre scorreva le prime 230 pagine de Il fascio comunista, una lettura indotta, più che da qualche parere favorevole orecchiato negli scorsi anni, dalla visione del film liberamente ricavato dal libro, Mio fratello è figlio unico, e dalla sensazione di curiosità e, assieme, di appetito non del tutto soddisfatto, che la pellicola aveva lasciato allo spettatore.
Per un gioco di coincidenze imprevedibili, una lettura che voleva essere di evasione, e che non casualmente si collocava in pieno periodo di vacanze, si è impigliata in un’esibizione televisiva di Antonio Pennacchi incontrata casualmente sul canale di Rai International, al cui centro stava la polemica contro il “tradimento” che gli sceneggiatori, il celebrato duo Rulli e Petraglia, avevano compiuto ai danni della fonte letteraria. Uno slittamento fuori dai binari del racconto che, deprecava Pennacchi, faceva perdere a chi si era goduto il film prima del libro o senza di esso, un paio di riferimenti essenziali: l’affinità di stati d’animo dei ribelli che si illudono di rivoltare il mondo e la società dalle radici e la casualità delle strade che essi intraprendono per dar corpo all’impossibile impresa, finendo su un sentiero piuttosto che su quello che apparentemente conduce in direzione opposta per l’impulso di fattori accidentali o comunque indenni dalla volontà degli interessati, come il carattere dei genitori, l’incontro con un compagno di scuola o una ragazza, un trasferimento di residenza e mille altri ancora. Non tenendo in conto queste variabili, il prodotto cinematografico annegava nell’alternanza tra toni grotteschi e tragici la complessità di una fase storica che aveva prima alimentato e poi fagocitato in rapidissima sequenza le speranze di una generazione confusa nelle scelte di modelli ideali eppure decisa a volere, tutta e subito, una tabula rasa di quel che si trovava intorno.
A differenza del film, il romanzo dà di quel clima febbrile una rappresentazione vivida e spietatamente sincera, al punto da provocare in chi abbia calcato all’incirca negli stessi anni qualcuno degli scenari fra i quali l’invenzione narrativa trascorre quella sorta di smarrimento di cui dicevamo all’inizio. Possibile che certe cose non siano capitate solo a noi e ai nostri amici più stretti di quel tempo?, ci si trova a chiedersi. Possibile che episodi così assurdi o buffi non siano capitati solo a noi, non siano stati l’eccezione ma si siano piegati alla regola? Possibile che l’impressione che ci eravamo fatti di un ambiente politico, dei suoi tic, delle sue nevrosi, delle sue meschinità e delle sue generosità, fosse più aderente al vero di quanto, considerandola retrospettivamente, ci fosse sembrato? E che le pulsioni che ci hanno condotti a talune scelte non fossero così particolari come pensavamo, ma comuni agli esemplari di una specie umano di cui, in fondo, non siamo stati che alcune fra le tante riproduzioni seriali?
Certo, queste domande si faranno strade nella mente di un numero limitato di lettori de Il fasciocomunista, quelli che hanno percorso a modo loro il tragitto di Accio Benassi, una porzione della sua “vita scriteriata”, e probabilmente avranno risposte diverse, non solo fra quanti ne hanno sperimentato il versante “di destra” della militanza missina e coloro che ne hanno condiviso invece il lato “di sinistra” dell’attivismo nei gruppi maoisti, in quella seconda metà degli anni Sessanta in cui è ambientato il romanzo o nel decennio successivo che ne conservava il clima. Altri si sentiranno sollecitate corde diverse della memoria o del sentimento, non rischieranno sindromi da immedesimazione. Ma a tutti sarà utile sapere che quelle che Pennacchi descrive non si possono derubricare a elucubrazioni fantasiose su quale avrebbe potuto essere la bizzarra sorte di un ragazzo normale eppure disadattato alla banale routine della sua vita nella provincia laziale; sono spicchi di una condizione psicologica che ha fatto da molla a molti di coloro che nella stagione della contestazione hanno investito, e a volte bruciato, energie preziose, inseguendo un Altro di cui faticavano a descrivere anche solo i contorni ideali e a cui tuttavia sentivano di non poter rinunciare.
Sappiano dunque, anche i lettori estranei alla sperimentazione diretta delle vicende narrate, che il piccolo mondo missino dell’epoca era davvero quello che il racconto descrive, che i personaggi che lo animavano erano di quella caratura, nel bene e nel male; che nelle federazioni del partito della fiamma si viveva, alle diverse latitudini, più o meno proprio così; che i modi di combattere la lotta politica e l’animo con cui la si affrontava corrispondevano, in quell’ambiente, alla raffigurazione che in queste pagine ne è data. E che di tanti Accio Benassi era fatta la platea di militanti su cui il Msi poteva contare: ragazzi che disputavano vivacemente sul passato facendone oggetto di epopea per scacciare la noia di un presente che appariva inconquistabile; che per non sentirsi culturalmente inferiori ai “nemici” studiavano “come fossero la Bibbia” gli opuscoli redatti da dirigenti che a quarant’anni facevano ancora i dirigenti giovanili senza vergognarsene, e ne mandavano a memoria i passi salienti; che mal sopportavano il deserto di sedi in cui le uniche presenze fisse erano reduci vanagloriosi e funzionari impegnati a incollare francobolli sulle buste e per questo abboccavano all’amo di caporioni che li usavano per piccole imprese squadristi che ad uso pubblicitario salvo scaricarli in caso di mala parata. Non c’erano solo risvolti di questo genere, nella vita dell’attivista neofascista di cui Pennacchi traccia lo stereotipo con impressionante verosimiglianza – “tutta la mattina in federazione – a dormire sulla scrivania del Gruppo giovanile, a leggere Anderson e Nietzsche, spazzare per terra, farmi una pippa sul “Borghese” e poi uscire giusto in tempo per mettermi davanti al magistrale ad aspettare una, e quella m’ha pure visto da lontano e ha svicolato dietro le amiche sue e m’è scappata di fianco” –, ma quelli ne occupavano una considerevole parte. E, se tanto dà tanto, anche negli ambienti in teoria contrapposti, quelli della sinistra estrema in cui Accio finisce un po’ per caso e un po’ per convinzione dopo che l’eccesso di coerenza ideologica fascista lo ha condannato all’espulsione dal Msi per reato di antiamericanismo, tipi umani e modi di pensare e di fare dovevano essere molto simili alle rappresentazioni che il libro ne offre.
Vivo e vero, il romanzo lo è anche nell’intreccio scombinato tra dimensioni pubblica e privata che connota i suoi protagonisti, proiettati in eventi dove spesso è difficile scollare la prima dalla seconda, affetti e fedi si accatastano e la logica comunitaria del gruppo, o forse del branco, domina incontrastata. Pennacchi sa che, descrivendo e (lui solo sa in che misura) reinterpretando la vicenda propria e di coloro che l’hanno condivisa o attraversata, le sue pagine dipingono un ampio scorcio di vita collettiva, offrono una chiave di lettura di quella che ci si potrebbe azzardare ormai a chiamare un’epoca in modo non meno efficace di uno dei tanti saggi che vanno esplorando il Sessantotto e i suoi dintorni, e si avvale dell’occasione che ha saputo costruirsi per lanciare, ogni tanto, un’occhiata più generale sugli stili, le abitudini, i modi di pensare che impressero un segno sul decennio in cui la sua opera è ambientata, non sfuggendo a disincantati confronti con i mutamenti che li hanno sorpassati o cancellati. Ma non scade nel manierismo del commento moralistico, non indugia in rimpianti comparativi che pure sarebbero leciti, non restaura le facciate degli avvenimenti con il senno di poi; né, almeno in questa sede, cede all’insidiosa tentazione di fregiarsi dell’etichetta del politicamente scorretto come di un passepartout per piacere un po’ a tutti, come in vari ambienti usa fare per reclamare il diritto a una giusta dose di attenzione massmediale. Si limita a far scaturire dalla scrittura, infissi nelle pieghe del racconto, senza mai appesantirlo, una serie di spunti che dal livello dell’irripetibile caso personale – la scelta obbligata e mal digerita di un percorso scolastico, il peso di una diversa considerazione in famiglia rispetto a fratelli e sorelle, l’impatto con le istituzioni religiose, le storie d’amore – si amplificano fino a farsi segnali di vicende generazionali: il cambiamento dei costumi, l’impatto della droga, la tentazione del terrorismo.
Ciascuno, come è inevitabile, svolgerà a modo proprio questo intreccio. A noi premeva solamente additarlo all’attenzione di chi con la narrativa ha, come nel nostro caso, un rapporto casuale e distratto, perché perdere un’occasione come quella che Pennacchi qui ci offre guidandoci sulle tracce dei tanti sogni coltivati, spezzati e ricomposti dal suo alter ego Benassi nel corso di una traiettoria destinata a non apparire a tutti così anomala come il risvolto di copertina del volume induce a credere sarebbe, per qualunque scriteriato non del tutto dispiaciuto di esserlo, un vero peccato.

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