Fabrizio Bolognesi | A history of violence

Di: David Cronenberg
Con: Viggo Mortensen, Maria Bello, Ed Harris, William Hurt
Produzione: USA, 2005
Durata: 90 minuti

Quest’ultima opera del regista canadese sembrerebbe, a prima vista, lontana anni luce dai classici temi che hanno da sempre albergato la sua poetica cinematografica; solo apparentemente perché ad una lettura più approfondita ci si rende conto che dietro la parvenza di una struttura lineare Cronenberg compie una summa della sua visione e delle sue risapute ossessioni
C’è tutto il sogno americano nelle prime sequenze di “A History of Violence”: una tranquilla famiglia che vive in una tranquilla città, una bella mogliettina che gioca ad interpretare una ragazza pon pon prima e durante un rapporto sessuale, due figli dai comportamenti esemplari. Poi il padre di famiglia sventa una rapina ai danni del suo locale, e qualcosa cambia. Dopo la visione della montata pacatezza della cittadina americana (un sogno che non c’è) emergono due temi scaturiti dall’ avvento in scena dei mass media nella vita di Tom Stall: un novello Trevis Bickle (da “Taxi Driver”) trattato come un grande eroe americano, con conseguente attenzione riservata all’individuo “bravo” perché apparso in tv e sui giornali. Ma con l’entrata in scena del “mafioso di città” i mass media si tramutano oltremodo in vera e propria arma mortale. Ed è questa una delle prime questioni portate alla ribalta dal film: l’arma di distruzione di massa chiamata tv, pronta a consumarci. A questo punto si introducono, dapprima sottilmente, mutazioni umane; ma non, come accadeva nei precedenti film di Cronenberg (“M.Butterfly” escluso) direttamente sulla carne: semmai è la devastazione psichica che squarcia gli equilibri di tre personaggi (marito-moglie-figlio). La moglie, Edie, mette in discussione la sua stessa vita (e si percepiscono riflessioni della donna circa le scelte fondamentali della propria esistenza). Il figlio, in precedenza non abbastanza in grado di evadere da un’educazione perfettamente civile, scopre i volti della vita adulta che prima o poi ogni adolescente incontrerà sulla propria strada: la menzogna e la stessa violenza. Vi troviamo importanti incontri/scontri padre-figlio perfetti per riassumere le contraddizioni personali dei due, incapaci di esporsi del tutto all’altro. La seconda scena di sesso rappresenta invece la totale rottura di quel sogno americano di cui si parlava, ed arriva dopo una frantumazione chirurgica dell’individuo, sintetizzando l’intero percorso narrativo: e li’ che la violenza nascosta si espande irrevocabilmente sui rapporti interpersonali, anche se familiari. Il mondo fasullamente innocente è stato infettato “dentro” e “fuori”. Il fugace ritorno alla casa d’origine corrisponde all’unico momento davvero ironico del film (riconducibile alle eccessive atmosfere delle più classiche black comedy moderne), a meno che non divertano anche i singolari volti spappolati, che pure sembrano dire allo spettatore che non si sta raccontando semplicemente una storia di violenza, ma tutte le storie violente, o meglio: gli innumerevoli percorsi in cui la stessa violenza si aggira. Un film dalla portata altamente tragica, dunque, che l’ultima scena suggella in una visione niente affatto aperta alla speranza: più che l’accettazione della violenza, la consapevolezza che essa sia ineluttabilmente presente in ogni dove, ma solo in casi “estremi” il diretto interessato ne prende atto, dopodichè “nulla sarà più come prima”, e finzione si sostituirà a finzione. “La violenza del titolo è la società stessa”. In quest’opera, che tratta ovviamente ricerca, perdita, riacquisizione dell’identità (uno dei temi più cari a Cronenberg), l’autore rifiuta la stilizzazione dell’immagine, abbandona la graphic novel di John Wagner da cui è tratto il film, ed ingabbia i propri personaggi in primissimi piani che scolpiscono la tensione sui propri volti (per poi allontanarsi con la mdp e rendere i protagonisti come “dispersi” e “alla ricerca di…”) e costringendo lo spettatore a rispecchiarsi nelle loro menti, inducendolo ad aprire gli occhi sottoponendolo alla disamina dello scheletro cattivo che (ri)troveranno una volta usciti dalla sala. Attori in stato di grazia assolutamente straordinari: nessuno escluso. Una pellicola necessaria, e probabilmente la più matura sfornata dal suo autore, uno dei più duri atti d’accusa all’America d’oggi, alla sua cultura capitalistica, al suo arrogarsi il compito di guardiana della sicurezza. Si tratta di una metafora di quell’incubo-sogno americano, che ormai coinvolge tutta l’umanità. Una violenza che coinvolge finanche la sessualità: straordinaria la sequenza in cui Tom trascina sulle scale la moglie per farci lì sesso. L’illuminazione naturale qui funziona talmente bene dal sentirsi coinvolti col proprio corpo che, alla maniera cronenberghiana, si raddoppia sensorialmente in due personaggi che, come nel bellissimo finale del film, hanno tante cose da dirsi, semplicemente col silenzio.

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