Simone Belfiori | Te la do io, la libertà…

Finanziare progetti di tecnologizzazione di aree in posizione subordinata o secondaria rispetto all’Occidente industrializzato: prospettiva certo non nuova e richiamata di recente da un dossier sulle reti pubbliche nazionali. Torna dunque in gioco la questione del Digital Divide, ovvero il divario digitale (inerente al possesso e alla diffusione di moderne tecnologie) evidenziabile tra le zone del globo, che assume implicazioni degne di attenzione soprattutto nel caso del suo connubio col settore della comunicazione. In una situazione geopolitica come quella attuale, delineatesi in maniera estremamente evidente i rapporti di forza, quali le prospettive per le “diversità” del mondo di poter lanciare – e far trasparire – messaggi differenti, se prive dei medesimi canali di scambio? Quale l’agibilità mediatica – e conseguentemente politico-culturale – di modus vivendi e operandi “altri”, al di fuori dei mezzi che il dominante Primo Mondo utilizza? Internet in primo luogo, ma anche tecnologia satellitare, telefonia mobile e tutto ciò che la rivoluzione digitale comprende sono la conditio sine qua non per la “trasmissione” globale della diversità? Diversi paradossi sono celati dietro una certa tipologia di ragionamento: sorge infatti il dubbio di trovarsi di fronte all’ennesima rilettura della (vera o presunta) filantropia liberale, secondo cui “una parte” del mondo possiederebbe le insindacabili chiavi per la libertà “dei più”, gli elementi neutri e pacifici a disposizione dell’umanità intera per la propria incondizionata espressione. Dopo i diritti umani, ecco i diritti digitali. In questo senso, un notebook tra le mani degli aborigeni australiani può essere accolto come un segno della generosità occidentale; o come una prosecuzione del colonialismo secondo altri mezzi, in relazione ai punti di vista. Ha certamente qualche fondamento l’osservazione secondo cui la riduzione del gap digitale sia necessaria non in nome di una ineluttabile ideologia del Progresso, che vede il ritardo dei fratelli minori dell’umanità come lacuna da colmare, quanto piuttosto come soluzione politica ad una oggettiva configurazione di rapporti di forza: vale a dire che le superpotenze, omologanti e totalizzanti per eccellenza, traggono linfa vitale dalla stessa situazione di predominio sulla comunicazione digitale, resa ormai unico mezzo di effettiva trasmissione dell’informazione. È però altrettanto vero che lo scenario geopolitico e l’omologazione culturale vanno di pari passo con l’ampliamento progressivo dei mercati, siano essi quelli inerenti alla tecnologia, siano essi conseguenti all’informazione-merce. È dunque sempre lecito interrogarsi sulle operazioni pianificate come quelle ricordate in apertura di questo articolo, nel caso in cui vengano promosse da istituzioni governative, cartelli commerciali ma anche da associazioni no-profit. Certamente la globalizzazione – laddove è in fase oramai avanzata – non necessariamente dovrà tradursi nel dominio dei medesimi modelli e valori mercantili, ma la sua forzata prosecuzione tramite gli oggetti della tecnologia digitale dimostra quantomeno che la lezione di Marshall McLuhan ha probabilmente da attendere per esser compresa; ovvero che “il medium è il messaggio”, e non soltanto un significante neutro al quale il popolo Maroon del Suriname o i contadini del Vietnam potranno integralmente imprimere il segno della propria specificità, magari trasformandola in oggetto politico.  Versione conciliante con certi intenti filantropici, ma poco attenta ai meccanismi deformanti che il medium opera sulla percezione di chi lo utilizza; l’estensione di se stessi quasi in senso fisico, uno spazio e tempo appiattiti e intercambiabili, un’idea di libertà corrispondente a quella moderna, riposta sulla quantità (di immagini illusorie, suoni e luoghi virtuali, di informazioni – troppe e tutte equivalenti, come su Internet – ecc. ecc.) piuttosto che sulla qualità di un vissuto quotidiano, quest’ultimo magari davvero fondante per la singola specificità.
È questo il vero ruolo che dovrebbe assumere una politica attenta agli “usi della diversità”, per riprendere una felice espressione di Clifford Geertz; permettere alle singolarità di dimostrarsi e comunicare secondo mezzi e modi che in primo luogo esse stesse ritengono opportuni (sempre che lo ritengano).  Prima ancora che fornire linguaggi e oggetti “più adatti” ad essere se stessi. Evitando gli estremi opposti, per cui pools di antropologi scoraggiano gli indiani d’America dal dotarsi di strumenti della tecnologia; se anche alcune dinamiche possono avere radici esogene (ad esempio, nella colonizzazione dell’immaginario) ma nel contempo mostrano autonome decisioni endogene, è altrettanto grottesco ergersi a tutori della libertà di una comunità altra.
Sposando però programmi di dotazione massiva di telefoni cellulari per i Tuareg, più che un servizio alla diversità, si rende un ennesimo omaggio alla società mercantile.

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