Simone Olla | Il mondo senza di me

Autore: Marco Mancassola
Titolo: Il mondo senza di me
Pagine: 180
Edizioni: Pequod, 2002

Il mondo senza di me, come sarebbe? Non cambierebbe nulla, sarei l’ennesimo addio, uno dei tanti; oppure sarei l’ennesima fuga, fra le tante. Come riconoscersi nell’addio o nella fuga? Come riconoscere l’addio e la fuga? È possibile un ordine? Prima l’addio e poi la fuga; oppure prima la fuga e poi l’addio?

Ale è in fuga, scappa da se stesso; aderisce alla quotidianità per non accettarla, la subisce forse. Come subisce l’addio, non lo vuole elaborare, ne diventa prigioniero inconsapevole.
Padova è fredda, siamo a settembre ma nevica già. Anche il tempo diventa inaccettabile, non può nevicare a settembre. Tutto ciò è inaccettabile perché presuppone un cambio. La neve a settembre è una variabile di disturbo inammissibile, elemento non previsto in una ipotetica linearità della vita. Il freddo inaspettato ma definitivo ci obbliga a comprometterci. Il freddo è avvertito fisicamente, dobbiamo scendere a patti; un po’ come la vita e le sue discese e le sue salite, i salti e le giravolte. Accadono.
Un po’ come una telefonata.
«È brutto: nel momento in cui mi rendo conto di dover affrontare una telefonata sgradita, sento già in anticipo tutto il peso della stanchezza, e una sorta di esasperazione per quella che sento come una profonda sfortuna: e pensare che potevo evitare di rispondere! Mi arrendo avrei voluto dirgli; farò tutto quel che vorrai, ma per favore chiama un’altra volta.»
É così il freddo che non vuoi.
«Anche i piedi ormai erano congelati. Non sentivo più il confine tra me e le piastrelle del pavimento, era un unico blocco di ghiaccio. Ora che tutte le mie estremità erano ghiacciate, sentivo il mio corpo come attaccato da ogni parte da una specie di cancrena, che lo rendeva insensibile e quasi morto, pesante.»

E poi c’è Ettore, in fuga verso la morte, verso l’addio definitivo. Ma non è lui a morire. Ettore che non dice ma pensa, Ettore che pensa e vive. Ettore abbandonato. Ettore che abbandona. Ettore solo, in una fascinosa capitale del nord. La fuga di Ettore è desiderio di vita nuova, vanno bene anche i trionfi vaporosi degli incontri in discoteca. La fuga di Ettore è ricerca e rinuncia, andata e ritorno.
«Io e te non abbiamo altri baci da darci. Ora è reale: ho lasciato la città in cui vivi. Non uscirò più pensando forse oggi lo incontro, chissà, per strada o al supermercato. Col mio borsone pesante ritorno nell’atrio, mi verrebbe da telefonarti. A quest’ora ti sveglierei, la tu maglietta bianca, le braccia tiepide sotto le lenzuola. Ti direi amore. Ti direi bastardo. Hai visto che ce l’ho fatta?, restaci tu a Padova. Mi sembra una tale rivincita: alzare una cornetta, fare un numero diverso dal tuo.»
Mi sembra un vita nuova la fuga.
Sembra una vita nuova l’addio. Sembra.

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