Francesca Del Campo | Una passione per Che Guevara

Autore: Jean Cau
titolo: Una passione per Che Guevara
Edizioni: Vallecchi, Firenze 2004
Pagine: 140

La cultura occidentale, imbevuta di razionalità cinica, esperta di ormai standardizzate strategie comunicative e nemica di un’effettiva pluralità di pensiero, ci ha insegnato che il primo strumento per combattere il nemico anche più pericoloso è quello di renderlo muto, di non fargli esprimere il proprio messaggio, tanto più se si tratta di un messaggio che potrebbe avere serie conseguenze sulla solidità dello status quo.
Esistono diversi mezzi per ridurre un nemico all’impossibilità di parlare: uno è eliminarlo fisicamente, una procedura non più utilizzata da chi, disponendo di più sofisticati mezzi di controllo, presta una minuziosa attenzione a non compiere mosse che potrebbero inimicargli una parte più o meno consistente dell’opinione pubblica. Vi è poi il sistema utile ed elegante di far scomparire nel nulla il nemico in questione, negandogli l’accesso ai mezzi di comunicazione di massa, attraverso i quali potrebbe convincere qualcuno della bontà delle sue opinioni: è un mezzo utilizzato di frequente e che, se chi ne subisce gli effetti non possiede potenti mezzi propri, ha una riuscita sicura con nessun rischio. Esiste poi un mezzo estremo, a cui si deve ricorrere quando il nemico diventa troppo forte: uno strumento costoso e di difficile applicazione ma molto efficace. Si tratta di purgare i messaggi sgraditi dei loro contenuti più pregnanti, allentarne il significato, metterli in sordina, ridurli a vaghe risonanze, fittizie ed eteree, prive di sbocco nella realtà, annegate in un’immagine utopica.
È appunto quest’ultima la soluzione applicata dai custodi dell’ideologia liberale oggi egemone ad Ernesto “Che” Guevara, ucciso in tempi in cui la guerra fredda ancora infuocava il mondo e gli Stati Uniti continuavano a costruire con pazienza la loro rete di controllo planetario. Troppo grande era ormai la fama di questo guerrigliero, spinto senza apparenti motivazioni razionali a comandare massacranti guerriglie in paesi nei quali lui stesso era un estraneo. Troppo grande era la sfida che aveva lanciato ad un Occidente che, dopo un breve momento di incertezza, aveva eletto la rivoluzione cubana a spauracchio per il “mondo libero”. Guevara, argentino espatriato per inseguire i suoi sogni di rivoluzione, insieme all’amico fraterno Fidel Castro aveva guidato contadini e poi studenti nella guerriglia contro il dittatore Batista in nome della dignità della nazione cubana, ma anche e soprattutto di un’idea anticapitalista, di un marxismo rivisitato e corretto e, più di ogni altra cosa, in nome del popolo. Troppo grandi erano stati i successi che si era permesso di strappare questo guerrigliero spesso più simile, nell’aspetto, a uno straccione che a un ribelle imbevuto di letteratura rivoluzionaria. Troppo grande era stato l’impatto delle gesta, spesso mistificate e strumentalizzate, del “comandante”, tanto grande che per evitare a quell’eco di spargersi troppo lontano negli spazi temporali della storia, chi ne avversare le idee e i propositi doveva anestetizzare il messaggio che trasportava il suo pesante nome. Si doveva trovare un sistema per renderne innocua l’immagine dopo la morte, per farne un simbolo progressivamente distaccato dal significato profondo delle sue azioni. Bisognava mercificare il volto del Che, ridurlo ad icona, digerirne il fascino e polverizzarlo sotto forma di gadgets venduti per pochi spiccioli su qualsiasi bancarella. Si dovevano sottrarre ad Ernesto Guevara de la Serna la religiosità profonda da cui era stato posseduto, l’humanitas che aveva espesso e la passione fanatica per un’idea rivoluzionaria a cui aveva dedicato la vita.
Il poetico libro di Jean Cau, l’ex segretario di Sartre che si è creato e poi trascinato sino alla morte una fama di intellettuale di destra non conformista che non rende ragione alla forza della sua eresia, non racconta la vita di Ernesto Guevara tramite uno sterile elenco di fatti, ma ne ripercorre i momenti fondamentali e ne interpreta la traiettoria complessiva con dovizie di particolari, nomi, luoghi, date ed aneddoti talvolta estremamente crudi. Una passione per Che Guevara, pubblicato in francese nel 1979 e proposto al pubblico italiano da Vallecchi venticinque anni dopo, non è una lista di vicende e persone; è l’occasione che l’autore coglie per un viaggio nella propria esistenza in compagnia dell’ammirazione che conserva nei confronti di un rivoluzionario che tale è rimasto fino in fondo senza compromessi e senza mezze misure, sinceramente radicale. Cau non è attratto da Che Guevara per l’alone mitico che è stato costruito attorno alla sua figura; anzi, lo rifiuta il mito, a tratti schernendolo, in alcuni passi quasi demolendolo. Ne assimila piuttosto la profonda, eroica e severa umanità fino quasi ad immedesimarsi in una persona che, come lui, sente irrefrenabili la spinta alla ribellione e il desiderio di combattere, pur senza vedere la fine della guerra o il barlume della vittoria. In fondo, sostiene Guevara, “La vittoria è il mito di cui solo un rivoluzionario può sognare”; e Cau aggiunge: “la guerriglia è verità, la vittoria mito”. Il “comandante” appare dunque agli occhi dell’intellettuale francese come un duro e spietato Don Chisciotte quindi, un rivoluzionario che non sa adattarsi al ruolo di ministro dell’economia a Cuba, un uomo capace di conquistare un’isola e di ripartire per altre avventure in cui mettere in gioco la pelle per far trionfare le proprie convinzioni.
È l’uomo Guevara ad interessare Cau; è il “cristiano”, come lo chiama lui, davanti al quale nessun malato appare di seconda categoria, che non trascura di “leccare le piaghe” a nessun lebbroso indio, che si siede tra sudici indigeni che navigano ammucchiati in traballanti barche trascinate da corde sottili a loro volta legate a decorosi yachts. È il guerrigliero “senza briglie e senza sella”, che per sopravvivere ha bisogno di un inalatore, precari come sono i suoi polmoni di asmatico, a sorprendere Cau e a riempirlo di ammirazione, di stupore e a tratti di rabbia. Ma ad affascinarlo non è un eroe idealizzato e mondato di ogni tratto inquietante, come verrebbe un’iconografia conformista; è anche l’uomo che non si lascia impietosire dai compañeros indisciplinati o traditori e li fucila o li colpisce a sangue freddo, è l’uomo a cui viene rinfacciato di aver insanguinato Cuba e la Bolivia con il suo sogno rivoluzionario e soltanto per seguire la sua fanatica passione di rivolta. Nel libro Cau descrive un uomo distrutto fisicamente, provato dal superamento di ogni limite umano di sopportazione di dolore, fame, malattie, ferite ed orrore. Ma la guerriglia è più forte, l’idea è più forte, diventa la vita stessa.
Più e più volte Jean Cau ringrazia esplicitamente il guerrigliero argentino per essere morto all’apice della sua gloria, all’apoteosi del suo fanatismo, per non aver oltrepassato la soglia dei quaranta anni e non aver avuto il tempo di imborghesirsi e di diventare come il fratello Castro, piegato sotto il peso della politica e ingrassato dai profitti dei compromessi. Si spinge addirittura ad ipotizzare che il guerrigliero argentino volesse essere catturato, come avvenne, nella gola del Churo l’8 ottobre 1967: era allora che Guevara voleva morire, e morendo allora, sostiene il suo scomodo biografo, era consapevole di vivere per sempre: “ci sono mille modi di suicidarsi: Verlaine l’assenzio, Rimbaud l’Etiopia, l’Occidente la democrazia e Guevara la giungla”. Ecco qual è l’idea che Cau ha del personaggio che così tante volte gli ha attraversato la mente e lo ha riempito di ammirazione e di disprezzo allo stesso tempo: “checché si pensi non è [la politica] il problema: non si fabbrica una leggenda con la politica”. Ammirazione per l’uomo, per l’asmatico, per l’eroe. Disprezzo per il mito costruito sulle sue gesta.
Non spetta a chi apprezza un libro come quello di cui stiamo parlando tracciare l’apologia del “comandante” che cercò di fare dell’America Latina il teatro di un’inarrestabile rivoluzione anticapitalista: fiumi di inchiostro e quintali di pagine hanno assolto a questo compito cercando, diversamente da quanto fa Cau, di analizzare più il politico che l’uomo, il Guevara degli scritti socio-politici più che il rivoluzionario, rintanato nella giungla boliviana o a capo di un manipolo di contadini sulla Sierra Maestra. Il Guevara uomo è stato messo a tacere dalla leggenda, è stato ammutolito nei posters venduti nelle fiere di partito o depositati sui pavimenti delle metropolitane di mezzo mondo. Si è perso nelle discussioni di adolescenti che indossano spavaldamente magliette sulle quali troneggia il suo viso pensieroso, assorto nel fumo dell’inseparabile sigaro. È stato assimilato dall’Occidente che gli era nemico. È stato inghiottito, insieme al suo messaggio rivoluzionario, nelle camerette di giovani succubi della globalizzazione e incapaci di fare un gesto di ribellione guidato dalla volontà di giustizia “cristiana”, ma che ugualmente tengono la sua foto appesa alle pareti.
Il mito del “Che” rimane saldo nella memoria collettiva, ma sicuramente molto lontano dalla maggior parte delle persone, vecchie o giovani, che sostengono a parole di farne un esempio di vita: si è trasformato in una leggenda, incapace di fornire linfa alla lotta contro vecchi e nuovi nemici con la passione propria dell’uomo Ernesto Guevara de la Serna. Probabilmente il mito continuerà a troneggiare ancora per anni, ma perderà sempre più significato e sarà sconfitto, perché il messaggio profondamente religioso dell’uomo che gli ha dato vita verrà perduto, la sua passione e il suo fanatismo andranno perduti, come la sua severità a tratti feroce, che tanta ammirazione ha suscitato in Jean Cau. Sarà mantenuto vivo un mito in naftalina, incapace di nuocere. Sarà allora piena la soddisfazione dei fautori del capitalismo selvaggio e della globalizzazione, e apparirà evidente l’ingenuità di tutti coloro che hanno contribuito, incoscientemente, alla mitizzazione e al conseguente disconoscimento dell’essenza ribelle dell’uomo Guevara.
La globalizzazione celebra oggi il suo trionfo, e con essa un processo di omologazione delle menti e di mercificazione dell’esistenza; gli Stati Uniti d’America, che a questo processo offrono un modello e un potente impulso, hanno stravinto, almeno per il momento, la loro incessante guerra contro tutti i Che Guevara della storia. Nessun idealista contrario alle regole dettate dall’ideologia liberale assurge agli onori degli organi di comunicazione di massa. La più potente e duttile delle armi della globalizzazione e dei suoi sostenitori distorce, esalta o sminuisce, falsifica o esagera, demonizza o sublima qualsiasi fenomeno e avvenimento che possa servirle a portare l’opinione pubblica dalla parte dei vincenti. Su questo piano il comandante Che Guevara non aveva nessuna esperienza; non era preparato ad affrontare questo tipo di guerra delle parole, così diversa da quella in auge ai suoi tempi, e ha perso, diluendosi in un’immagine commercializzata. Era un uomo rude il “Che”, orgoglioso, superbo, estraneo ai compromessi, e il suo ricordo, nella versione edulcorata che oggi ne alimenta un superficiale mito di massa, pecca di ingenuità. Sia ringraziato Jean Cau, che ha avuto il coraggio di ricordarcelo.

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