Simone Olla | Ecologia e sviluppo, un binomio insostenibile

Perché le condizioni di salute del pianeta non preoccupano abbastanza? Perché fa più paura il terrorismo internazionale invece che il surriscaldamento della Terra? Lo stile di vita che conduciamo incide in modo determinante nella formazione di un’opinione: è più pratico acquisire informazioni dalla televisione piuttosto che documentarsi su riviste specializzate, libri o  quotidiani. La “fiducia comoda” riposta nel progresso o nelle comunità scientifiche che hanno accesso ai grandi media  è causata dalla velocità dei tempi in cui siamo chiamati a vivere.
Eppur qualcosa si muove. Numerosi rapporti internazionali sul clima, infatti, sostengono che il livello attuale di CO2 (il principale fra i gas a effetto serra) nell’atmosfera sia di 379 ppm (parti per milione) di volume. Il limite massimo è stato individuato in 400 ppm, associando a tale valore un innalzamento della temperatura di 2°C rispetto al 1750, con gravi conseguenze sugli ecosistemi. I maggiori responsabili delle emissioni di gas serra nell’atmosfera sono i paesi industrializzati, che hanno affrontato il problema con una visione inevitabilmente globale, accompagnata ad un’azione locale: il Protocollo di Kyoto ha istituzionalizzato tale approccio.
Lo spirito che guida i paesi sottoscrittori è il medesimo riscontrabile nei sostenitori dell’ecologia superficiale. Il termine, in opposizione all’ecologia profonda, riassume in sé la visione liberale della natura come oggetto per utilità superiori. L’ecologia superficiale tende a conciliare preoccupazione ecologica e produttività in termini di redditività, con la premessa dell’irreversibilità del sistema occidentale. Il commercio di emissioni di gas a effetto serra previsto dal Protocollo fornisce inoltre legalità al principio del “chi inquina paga” , ignorando ogni concetto relativo alla limitatezza delle risorse: il rispetto della natura sarà tutt’al più conseguenza indiretta del desiderio di massimizzare un’utilità individuale. A guidare le azioni dell’uomo non vi è infatti il miglioramento della qualità della vita, ma il profitto: il commercio delle emissioni si inserisce in tale logica, elevando il mercato a regolatore neutro della vita dell’uomo.
L’Emission Trading, previsto dal Protocollo di Kyoto e normato in Europa da una direttiva UE, sancisce la possibilità per le industrie di riversare nell’atmosfera delle quote di gas serra stabilite dallo Stato in cui operano. Qualora tali quote venissero superate, le industrie pagherebbero in base alle quote eccedenti emesse, avendo due diverse opzioni: investire per ridurre le emissioni o acquistare crediti (inquinanti) da chi ne ha in eccedenza (operatori virtuosi che hanno inquinato meno di quanto potevano). Ciò che muove il mondo dell’industria (e degli operatori che “beneficeranno” del commercio di emissioni) non sarà, come non lo è stato finora, il rispetto dell’ambiente, ma la riduzione dei costi e la massimizzazione del profitto: il metro di valutazione rimane sempre quello economico. Un operatore coinvolto nella logica della compravendita delle emissioni di gas serra sceglierà la soluzione meno dispendiosa, anche se questa dovesse prevedere l’acquisto di crediti inquinanti per emettere nell’atmosfera più di quanto egli possa. Quantificare in termini monetari il peso di un’azione inquinante in un dato ecosistema, significa non solo ragionare con filtri che inquadrano la natura come oggetto in sé, ma pretendere di ripagare in termini di prezzo qualcosa (l’ambiente) che vive e si trasforma indipendentemente dal valore meramente materiale suo proprio, ma dipendente dalle azioni dell’uomo.
Il trattato di Kyoto non intacca i concetti di sviluppo, produzione, crescita; tenta di modificarne la forma, lasciando inalterata la sostanza. Percorrendo l’impossibile strada dello sviluppo sostenibile, il fragile imperativo è ridurre la velocità dei cambiamenti climatici che stanno avvenendo. Siamo lontani da una critica al nostro modello di civiltà; abbiamo solamente deciso di rallentare la corsa verso il baratro.

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